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“Sulle colline petrose della West Bank, la Palestina sta lentamente scomparendo”

di Robert Fisk

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Con la richiesta di terre occupate, la burocrazia israeliana sta espellendo i palestinesi dalle loro case. Rapporto di Robert Fisk da Jiftlik.

10 febbraio 2010

"L’Area C" non ha un suono molto inquietante. Un territorio di grigie colline cosparse di pietre e di vallate leggermente rinverdite, fa parte del brandello di un Accordo di Oslo ugualmente in rovina che costituisce il 60% della West Bank occupata da Israele, che era previsto alla fine venisse consegnata ai suoi abitanti palestinesi.

Ma a guardare i dati statistici e a sfogliare le pile di ordini di demolizione che si accumulano sul tavolo di fronte ad Abed Kasab, capo del consiglio del villaggio di Jiftlik, il tutto appare come una pulizia etnica messa in atto per via burocratica. Per gli adempimenti amministrativi che ha comportato la parola adatta potrebbe essere perversa. Per le conseguenze potrebbe essere oscena.

Case palestinesi che non hanno il permesso di edificazione, tetti che dovrebbero essere demoliti, pozzi chiusi, sistemi fognari distrutti; in un villaggio ho visto perfino una sistema elettrico primitivo nel quale i palestinesi devono affondare i loro pali elettrici, cementati, dentro blocchi di calcestruzzo, che se ne stanno eretti sulla superficie della strada sporca. Conficcare i pali nel terreno garantirebbe la loro distruzione – nessun palestinese può scavare un buco nel terreno a più di 40 cm di profondità.

Ma ritorniamo alla burocrazia. "Ro’i" – se infatti questo è il nome del funzionario israeliano, data la difficoltà a decifrarlo – lo scorso dicembre, ha firmato un sacco di fogli di demolizione per Jiftlik, tutti debitamente consegnati, in arabo ed in ebraico, al signor Kasab. Ce ne sono 21, che vanno – in modo non-sequenziale – dal numero 143912 fino al 145059, tutti provenienti dal "Sub-comitato di Controllo del Consiglio Superiore di Pianificazione [sic] dell’Amministrazione Civile per l’Area della Giudea e Samaria". Giudea e Samaria - per la gente normale – stanno a indicare la West Bank occupata. La prima comunicazione è datata 8 dicembre 2009, l’ultima 17 dicembre.

E come la mette il signor Kasab, questo è il minore dei suoi problemi. Le richieste palestinesi di costruire delle case o sono dilazionate per anni o sono respinte; le case edificate senza permesso vengono abbattute senza pietà; tetti di lamiera ondulata devono essere camuffati con teli di plastica nella speranza che "l’Amministrazione Civile" non li consideri un ulteriore piano – in tal caso i ragazzi di "Ro’i" se ne andrebbero attorno per strappare la parte superiore della copertura della casa.

Nell’Area C ci sono circa 150.000 palestinesi e 300.000 coloni ebrei stanno vivendo – illegalmente secondo il diritto internazionale – in 120 colonie ufficiali e in 100 colonie "non-riconosciute" o, nell’espressione che oggigiorno dobbiamo usare, "avamposti illegali"; illegali per la legislazione israeliana come per quella internazionale, vale a dire - al contrario delle 120 colonie illegali secondo la legge internazionale, ma che sono legali per la legislazione israeliana. I coloni ebrei, inutile a dirsi, non hanno problemi con i permessi edilizi.

Il sole invernale divampa attraverso la porta dell’ufficio del signor Kasab e il fumo delle sigarette fa lenti movimenti attraverso la stanza, mentre gli uomini arrabbiati di Jiftlik alzano la voce per gridare i loro reclami. " Non mi importa se stampi il mio nome, sono così arrabbiato, che ne sopporterò le conseguenze," afferma. "Respirare è l’unica cosa per la quale non c’è bisogno di permesso – ancora." La retorica è trita, ma l’ira è reale. "Per le costruzioni, per le nuove strade, per i serbatoi dobbiamo aspettare tre anni per ottenere un permesso. Non possiamo avere il permesso per una nuova clinica sanitaria. Non abbiamo acqua a sufficienza per entrambi gli usi, per quello umano e per quello agricolo. Ricevere il permesso per ripristinare il sistema idrico costa 70.000 NIS (circa 14.000 dollari) – costa più delle stesse opere di ripristino del sistema."

A percorrere le strade sperdute dell’Area C – dai dintorni di Gerusalemme al bacino semi-umido della valle del Giordano - tra scure colline senza vegetazione, vallate petrose cosparse di antiche e profonde caverne, fin dove, più lontano ad oriente, si distendono i campi dei palestinesi e le piantagioni di palme dei coloni ebrei – reticolati elettrificati tutt’intorno alle piantagioni – e le capanne di fango o di pietre degli allevatori di pecore palestinesi.. Questo paradiso è una doppia illusione. Un gruppo di abitanti, gli israeliani, possono rammentare la loro storia e vivere in paradiso. Il gruppo più piccolo, gli arabo palestinesi, hanno la possibilità di lanciare uno sguardo attraverso queste terre meravigliose e rammentare la loro storia – ma essi sono già fuori dal paradiso ed entro il limbo.

Persino le ONG occidentali che lavorano nell’Area C scoprono che il loro lavoro per i palestinesi è stato bloccato dagli israeliani. Questo non è veramente un "intoppo" al "processo di pace" - qualsiasi cosa esso sia – ma uno scandalo internazionale. Oxfam, ad esempio, ha chiesto a Israele il permesso di costruire una cisterna sotterranea della capacità di 300 m cubi insieme a 700 m di tubature sotterranee di 4 pollici per le migliaia di palestinesi che vivono attorno a Jiftlik. Gli è stato rifiutato. Allora loro hanno comunicato di avere l’intenzione di costruire un’installazione esterna costituita da due recipienti di fibra di vetro, una tubatura esterna e una pompa supplementare. E’ stato comunicato loro che necessitavano del permesso anche se le tubature erano non interrate – ed è stato rifiutato loro un permesso. Come ultima risorsa, Oxfam sta ora distribuendo serbatoi per l’acqua da porre sul tetto.

Mi sono imbattuto in un caso perfino più scandaloso di questo apartheid – da permesso nel villaggio di Zbeidat dove una divisione di sostegno umanitario dell’Unione Europea aveva installato 18 sistemi fognari per impedire lo scorrimento delle acque putride del paese, tremendamente maleodoranti, attraverso i giardini e la strada principale fino a disperdersi nei campi. Il sistema da 80.000 dollari – una serie di pozzetti da 40 piedi scaricati regolarmente da autobotti per il liquame – era stato debitamente installato, dato che il luogo è situato nell’Area B, dove non è richiesto alcun permessi edilizio.

Tuttavia ora gli israeliani hanno comunicato agli operatori di sostegno che il lavoro "deve essere interrotto" per 6 dei 18 pozzetti – un preludio alla loro demolizione, sebbene essi fossero già realizzati di fianco alla strada – in quanto parte del villaggio è situato nell’Area C. Inutile dirlo, nessuno – né i palestinesi né gli israeliani – conosce con esattezza la posizione della linea di confine tra Area B e Area C. In tal modo circa 20.000 dollari del denaro europeo sono stati buttati via dall’"Amministrazione Civile" israeliana.

Ma, in un certo senso, questo turbine di fogli di autorizzazioni e di divieti, è destinato ad oscurare la terribile realtà dell’Area C. Molti attivisti israeliani così come ONG occidentali sospettano che Israele abbia l’intenzione in questi luoghi di costringere i palestinesi ad abbandonare le loro terre, e case e villaggi per andarsene entro il dramma delle Aree A e B. l’Area B è controllata congiuntamente dall’esercito israeliano e dall’autorità civile e dalla polizia palestinesi, e l’Area A dall’irresponsabile Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas. Perciò ai palestinesi verrebbe concesso di discutere su un mero 40 % della West Bank occupata – di per se stessa una minuscola frazione del 22% del Mandato sulla Palestina, sulla quale l’ugualmente incapace Yasser Arafat aveva sperato di governare. Aggiungi a questo la destinazione da parte di Israele del 18% dell’Area C ad "area militare chiusa" ed aggiungi un altro 3% destinato assurdamente a "riserva naturale" – sarebbe interessante sapere che tipo di animali vi si aggirano – e il risultato è semplice: persino senza gli ordini di demolizione, i palestinesi non possono costruire nel 70% dell’Area C .

Lungo una strada , scoprii una serie di grandi blocchi di calcestruzzo innalzati dall’esercito israeliano davanti alle baracche palestinesi. Su ciascuno era stato scritto in ebraico, arabo e in inglese: "Pericolo – Area di fuoco". "Probito l’ingresso". Che cosa pensano che facciano i palestinesi che vivono lì? L’Area C, si dovrebbe aggiungere, è la più ricca delle terre occupate palestinesi, per la produzione di formaggio e le fattorie di animali. Molte delle 5.000 anime di Jiftlik sono già state profughe, nel 1947 e 1948 le loro famiglie hanno lasciato terre ad ovest di Gerusalemme – al momento attuale Israele. La loro tragedia non è ancora terminata, naturalmente. Quale sarà il prezzo, Palestina?

(tradotto da mariano mingarelli)





:: Article nr. s10619 sent on 01-mar-2010 15:15 ECT

www.uruknet.info?p=s10619

Link: www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=1
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   mid=81




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